Wafa Hourani a colloquio con Angelika Stepken
Hai studiato cinema in Tunisia, poi hai lavorato al rapporto tra fotografia e oggetti reali (“Photo-Life”, 2006) e infine, negli ultimi due anni, hai realizzato le installazioni “Future Cities”. Come mai, nel tuo percorso creativo, dai media tecnici e i linguaggi visivi sei “tornato” alle opere tridimensionali nello spazio?
In realtà ho cominciato a occuparmi di fotografia quando avevo tredici anni. Mio fratello è fotografo e aveva un piccolo negozio con una stampante a Hebron. Andavo da lui dopo la scuola e ho continuato a lavorarci fino all’età di sedici, diciassette anni.
Poi sono andato in Tunisia a studiare cinema. Mi interessavano le storie, i romanzi, i lungometraggi, non tanto gli aspetti tecnici del cinema. Una volta tornato in Palestina, il mio più grande desiderio era girare dei film. Ma fu allora che scoppiò la seconda Intifada e così cominciai a riprendere quello che succedeva nelle strade. Erano immagini forti, girate d’istinto. Il mio metodo di lavoro somigliava più a quello di un videoartista, montavo le immagini su una base musicale per modificarne la realtà e dischiudere loro una dimensione cinematografica.
Dunque è stato allora che hai cominciato a romanzare la realtà quodiana: presentare, rendere accessibili le condizioni di vita reali, i conflitti di un futuro immaginario resta tuttora un procedimento fondamentale nella tua opera.
Mi piace la fantascienza. Ma nel realizzare le mie opere non mi chiedevo solo come filmare in maniera originale la Palestina in quella situazione difficile; mi domandavo anche come la gente fuori dal paese avrebbe compreso quelle immagini e quale sarebbe stata la loro reazione.
L’arte è dunque un mezzo di comunicazione?
In un certo senso, sì. La prima città del futuro, “Qalandia 2067”, è nata dal progetto “Un’immagine non basta”, progetto volto a penetrare la complessità dei rapporti in Palestina. Per questo ho deciso di costruire questa città futura con i suoi edifici, ma anche i suoni provenienti dalle case e il checkpoint che i visitatori sono costretti ad attraversare.
Mi sento responsabile verso la mia gente. Li capisco, capisco i diversi ambienti, le sfumature, ma anche la speranza in un futuro migliore quando si guardano allo specchio. L’unica chance per la Palestina è un movimento culturale tramite il quale legarsi al resto del mondo.
Hai detto che per decenni la Palestina è stata governata da fattori esterni. Tu stesso sei andato a studiare in Tunisia. In quali condizioni opera la produzione visiva all’interno del paese?
In Palestina si vedono molte cineprese, ma appartengono ai giornalisti. È per questo che considero il cinema così importante. I palestinesi sono abituati a vedere le immagini sotto forma di notizie, a produrle come parte della loro lotta. Esiste un’industria del cinema, una generazione di cineasti di stampo tradizionale e una generazione giovane che opera a metà strada tra documentazione, fiction e videoarte. La maggior parte dei giovani artisti palestinesi lavora con formati digitali veloci.
Come procede la nuova accademia d’arte di Ramallah?
L’accademia esiste solo da due anni. Vi si riversano grandi speranze e riceve notevoli input dall’esterno: molti artisti e professori arrivano da fuori per tenervi le loro lezioni. Nell’accademia succede tutto in fretta, con uno stile molto contemporaneo. E l’energia insita in questo rapido cambiamento la si percepisce anche tra gli studenti.
In quest’epoca di icone che cambiano con enorme rapidità hai fondato un archivio di disegni infantili. C’è un nesso tra le due cose?
È importante motivare i bambini verso il mondo dell’arte. Sono loro gli artisti di domani. La Palestinian Children’s Gallery è uno spazio nel quale i bambini mostrano i loro disegni, si relazionano con altri coetanei e vedono opere d’arte differenti. È aperto ai bambini di tutto il mondo e sto progettando di allestire mostre anche fuori dalla Palestina. L’archivio è importante anche come centro di ricerca sulla generazione più giovane, per chiunque desideri aiutare i bambini e lavorare con loro.
Ho deciso di non gettare la spugna anche se le tensioni sono forti e c’è ancora molto da fare. Una persona sola o un’unica opera d’arte non possono farcela, serve un movimento, serve molta gente capace di pensare sul lungo periodo. Progetti del genere hanno bisogno di tempo.
Nel tuo film “Yousef” (2005) si vedono bambini e ragazzi che “giocano” alla guerra di strada contro i soldati israeliani. Il film ha molti livelli di lettura, mostra tra l’altro fino a che punto i bambini seguano questo loro supereroe palestinese...
Sì, i ragazzi vogliono diventare tutti come Yousef e un giorno vedere la propria faccia sui manifesti. Tutti scappano. Yousef non si muove. È come un gioco e vogliono essere eroi. Un gioco tragico.
Le tue radici sono in Palestina e ti senti responsabile per il tuo paese. D’altra parte, però, sei ospite alle biennali di Taiwan, Berlino, Istanbul o esponi alla Saatchi Gallery di Londra. Perciò operi nell’ambito di un sistema artistico internazionale che ha solo in parte a che fare con il principio della speranza. Come riesci a conciliare queste due “basi di partenza”?
Mi concentro su quello che faccio per i palestinesi. Il mio lavoro è più che altro un movimento. Mi piacciono le singole opere d’arte, ma preferirei realizzare dei nessi tra loro e dar vita a un movimento artistico palestinese. Fuori dal mio paese sono un artista palestinese che realizza opere politiche. Si tratta di un aspetto assai attraente per gallerie e biennali. Ma non tutta la mia arte ha a che fare con la situazione politica mediorientale. Alcune opere sono solo e soltanto umane, altre affrontano il tema della Grecia o della Londra del futuro.
È la stessa esperienza vissuta per esempio dalla prima generazione di artisti turchi che si sono affacciati sulla scena culturale internazionale: la gente voleva vedere l’opera di artisti legati alla resistenza politica...
Poi, dopo essere diventati famosi, gli artisti possono presentare di tutto... Comunque, anche nella stessa Palestina è più facile occuparsi di temi politici.
Stai preparando un nuovo complesso di opere. La serie delle “Future Cities” è conclusa?
Dopo le “Future Cities”, in queste nuove opere torno a porre l’accento sull’archivio palestinese a cui cerco di dare nuova vita e speranza. Voglio mostrare le immagini mai viste della prima Intifada, le differenze tra le due rivolte palestinesi, l’epoca in cui i palestinesi non si armavano di fucili ma di pietre. Realizzerò una serie di 20, 25 sculture, figure maschili e femminili disposte come in una scena cinematografica: persone che lanciano pietre in varie pose. “Il lancio di pietre come arte marziale palestinese”, come il karate o il kung fu. In queste settimane sto lavorando a un testo che sarà pubblicato all’interno di un piccolo libro e che illustra le diverse pose dei lanciatori di pietre, spiega come si deve muovere il corpo, come coprirsi il viso, delinea i livelli di perfezionamento della nuova arte marziale. Naturalmente questa è fantascienza. Le pose e i nomi sono tutti inventati. Ma ogni tanto compaiono brevi storie vere sulla prima Intifada raccontate da amici o vissute personalmente.
Queste nuove opere verranno esposte alle prossime biennali?
No, non ho ancora deciso. Ci sto ancora lavorando e le mostrerò l’anno prossimo in Palestina.
Un’ultima domanda: adesso hai passato quasi due mesi a Villa Romana a Firenze. L’anno scorso sei stato ospite presso i Delfina Studios di Londra. Cosa significa per te questo cambiamento di contesti?
Io credo nel contatto diretto con la gente, non solo in quello tramite i media e internet. Quando incontro e collaboro con altre persone, si creano dei ponti tra me e il mondo, nascono nuove storie, una vita nuova. Desidero imparare e aprirmi a tutto, non limitarmi all’ambito palestinese.
Ho amato Villa Romana e il tempo che vi ho trascorso. Gli artisti hanno bisogno anche di pause. Apprezzo molto il programma di Villa Romana perché non obbliga a produrre nessuna nuova opera. Questo soggiorno mi ha permesso di scrivere i testi per i miei nuovi lavori e di osservare il progetto da una prospettiva esterna.


