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Interviews

2013

Lara Vinca Masini

Architettura e arti visive a Firenze
nell’ultimo mezzo secolo

(Text nur auf italienisch)

La situazione culturale a Firenze ha subito da troppo tempo una sorta di progressivo abbassamento, soprattutto a causa del prolungato disinteresse delle Istituzioni che, se si tolgono alcuni (pochi) periodi, perdura ancora. Eppure a Firenze ci sono e ci sono stati personaggi qualificatissimi in ogni settore della cultura, che purtroppo sono stati troppo spesso condizionati a tenersi in disparte dalla vita della città.
In realtà il momento contrastato, conflittuale, della ricostruzione postbellica dagli anni 1950 ai 60 avrebbe potuto costituire un precedente importante per dare una forte spinta in avanti, viste le gravi distruzioni subite in pieno centro, coi ponti fatti saltare e la zona distrutta presso il Ponte Vecchio, il solo rimasto in piedi.
Per inciso, anche gli stranieri amanti di Firenze hanno quasi sempre optato per la tradizione e per la conservazione di questo aspetto della città. Anche i nazisti che minarono i ponti sacrificarono opere più importanti, ma meno folkloristiche, come il Ponte a Santa Trinita.
Questo atteggiamento sarà una delle cause della resistenza al nuovo, inteso come volgare modernismo che questa città, nel suo assetto borghese, si è posta come riferimento, e che ha portato ad una conservazione di sola facciata, quella fissata nell’immagine superficiale espressa negli scatti fotografici della Firenze turistica very beautiful.
Le Istituzioni non hanno voluto capire che il nuovo non si può evitare se si vuol conservare vitale la struttura storica, perché il nuovo non è solo volgare modernismo, ma significa sacrificare lo sfruttamento speculativo e votare per un rinnovamento consapevole e corretto.
La città è un’entità storica nella sua interezza sia di centro che di periferia, perché entrambi sono prodotti della storia del tessuto urbano, che vive e si sviluppa secondo un’articolazione continua tra passato e presente.
La concezione unilaterale ha svuotato il centro di Firenze delle sue funzioni vitali, originarie e vocazionali. Gli edifici, i palazzi, i monumenti hanno finito per essere scheletri che conservano un’immagine di sola facciata.
La gente, immersa in questa voragine accelerata, non è riuscita ad accorgersi della situazione, tanto che crede ancora di vivere nella città di pietra, mentre ormai anche le pietre si sono logorate al limite della resistenza.
Eppure l’alluvione del 4 novembre 1966 aveva creato una nuova cesura violenta nella vita cittadina; la distruzione, il caos, che coinvolsero tutta la città, i cittadini, il patrimonio artistico, provocarono anche l’insorgenza di una grande scossa, una sorta di sferzata che, se non fu sufficiente a risolvere la vita politica e sociale, ne’ a cambiare l’immagine della città, stimolò uno spirito di collaborazione raro a Firenze, sempre così individualista, sollecitando una nuova speranza, che si rispecchiò in pochi anni di vitalità anche nella vita artistica.
Furono allora i giovani architetti, appena usciti dall’università, che si fecero carico della volontà irrefrenabile di uscire dalle maglie di una facoltà dalla quale erano usciti anche alcuni esecutori della speculazione edilizia (e da Lettere molti insegnanti che avrebbero trasmesso un sapere teso a produrre consenso e non spirito critico). Da questa molla sarebbe scaturito il Radical italiano. I giovani architetti dei gruppi Superstudio (Natalini, Frassinelli, Poli, Toraldo di Francia, Alessandro e Roberto Magris), Archizoom (Branzi, Corretti, Deganello, Morozzi, Lucia e Dario Bartolini), UFO (Binazzi, Foresi, Maschietto, Bachi, Cammeo), 9999 (Birelli, Caldini, Fiumi, Galli), Zzyggurath (Breschi, Fiorenzuoli, Gavini, Pecchioli) e alcuni isolati, tentavano una revisione radicale dell’architettura, mettendo in crisi la disciplina stessa nella sua professionalità tradizionale, fortemente compromessa, col porsi al di fuori e in alternativa con lo specifico architettonico.
É stato questo il solo momento, fino a tempi recentissimi, in cui si è verificato un legame strettissimo tra architettura, nel caso specifico i giovani ribelli (che definivano il loro movimento antidesign, superarchitettura, controdesign ...) e arti visive, in uno scambio vitale e stimolante, che si manifestò a Firenze, e solo a Firenze, nella realizzazione di ‘film d’artista’ in cui la collaborazione e gli scambi erano continui (Granchi, Becattini, Ranaldi, Pettena, Archizoom, UFO, Bagnoli ...)
Ma la città nel suo cieco opportunismo (e nelle sue Istituzioni) tornava, poco dopo, sorda ad ogni possibilità di apertura: nemmeno i radicali riuscirono a smuoverla dal suo immobilismo. Si fa per dire, perché frattanto una insensata e abusiva crescita edilizia proseguiva indisturbata e quasi clandestina.
Non ci riuscirono i radicali, come ho detto. E non ci sono riuscita nemmeno io quando, nell’ 1980, ho organizzato la manifestazione Umanesimo disumanesimo nell’arte europea 1890-1980. Riuscii a realizzare questo progetto perché, in questo periodo (breve) era assessore alla cultura Franco Camarlinghi che mi chiese espressamente di organizzare una manifestazione forte sul contemporaneo.
La mostra era un progetto per verificare, attraverso interventi di artisti e architetti italiani e stranieri in vari luoghi strategici della città (cortili di palazzi storici, piazze, fontane, ...) se l’arte contemporanea potesse costituire la forza rivitalizzante del tessuto storico. Nell’organizzazione fu coinvolto il Superstudio e nello svolgimento del lavoro intervennero artisti come Chia, Fabro, Mauri, Chiari, Nitsch, gli architetti Hollein, gli Haus-Rucker ...
La città rimase sorda e arroccata al suo Rinascimento mummificato.
E neppure ci sono riusciti in seguito, malgrado le intenzioni, architetti quali Renzo Barbieri, Marco Dezzi-Bardeschi, David Palterer, Claudio Nardi, Beatrice Pierallini Virdis ...
Così Firenze continua ad essere una città senza progetto.
Nel 2003, sulle pagine de L’Architettura, quando già Bruno Zevi ci aveva lasciato, segnando l’inevitabile fine di una rivista che per 48 anni aveva cercato di far capire agli italiani l’architettura moderna e il dialogo che esiste sempre tra architettura e politica, tra architettura e governo (dialogo troppo spesso frainteso e tradito), Furio Colombo scriveva : "Nel nostro paese non si costruisce (altra cosa è la proliferazione di favelas più o meno povere, più o meno lussuose) e non si distrugge. Non si distrugge perché non si progetta. Non si progetta perché manca la percezione dello stato (tragico) delle cose e una visione che diventi piano di lavoro." E ancora: "Qui la parola diventa progetto, diventa piano, diventa visione, diventa missione, diventa idea della vita. Occorre avere un’idea della vita per progettare."
E’ proprio questa ‘idea della vita’ che manca oggi e che rende sterili le nostre città.
In un mio intervento ad un convegno su Architettura e Restauro tenutosi a Gubbio nel 2007, parlavo della necessità di riconquistare un concetto che ho definito la memoria del futuro, una memoria cioè non ripiegata su se stessa, ma usata come stimolo per il recupero di una creatività nutrita di una linfa nuova, che ritrovi anche nel passato una sorta di preveggenza di un futuro non scontato. Si parla tante volte di rinnovare la città. Ma per rinnovare bisogna osare, inventare, riappropriarsi dell’utopia, quella in cui storia e futuro si intrecciano e si rispettano, in cui il passato non è un freno di comodo, ma uno strumento da usare. Invece al posto della memoria storica sono subentrati un’indifferenza, quasi un disprezzo per la città storica, che viene aggredita anche al suo interno, in un crescendo di abusivismi. Si pensi, ad esempio, alla situazione delle periferie; citerò soltanto il caso del quartiere di Novoli: si trattava di creare, attraverso nuove funzioni, un anello di apertura e di riscatto tra centro e periferia. L’intervento invece è stato pensato come un microcosmo chiuso, senza nessun rapporto col contesto territoriale. Novoli è ormai un lager senza speranza, dove niente può costituire un rimedio, nemmeno la realizzazione (fuori tempo) del Tribunale di Leonardo Ricci che, tra l’altro, è stato completamente trasformato e come grossolanamente pantografato, tradito nell’uso dei materiali, nella collocazione. Leonardo Ricci apparteneva al gruppo di architetti, con Leonardo Savioli e Edoardo Detti, allievi di Michelucci che tentarono consapevolmente, coi loro lavori e col loro insegnamento universitario, di portare Firenze a livello di città moderna e internazionale.

Mi si chiede di avanzare una proposta, di offrire una parola di speranza. Devo dire che non ho molta speranza, se non quella che questa china negativa si arresti. Non sono davvero in grado di fare proposte; non sono ne’ un architetto, ne’ un urbanista: ci vorrebbe prima di tutto l’intervento dell’Unesco, che ha dichiarato Firenze patrimonio del mondo e che peraltro non si è mai fatto vivo; una Soprintendenza che si prendesse cura non solo del patrimonio culturale dei Palazzi, ma avesse il coraggio di monitorare meglio la città; la volontà della politica che finalmente affrontasse anche temi come cultura, territorio, paesaggio, città (tutte le città italiane, ciascuna delle quali ha una sua storia, una sua immagine, i suoi valori da salvare) ... Questo non significa lasciare tutto come sta; il passato deve riuscire a generare un futuro (ancora la memoria del futuro). Ma il nuovo deve essere degno del passato.
Si chiamano talvolta architetti stranieri di grande valore e si chiedono loro progetti che poi non si realizzano. Pensiamo alla Pensilina di Isozaki proposta per l’uscita posteriore degli Uffizi, al progetto splendido di Nouvel per la zona Fiat, tanto per dire.
Non ci sono più Michelucci, Detti, Savioli, Ricci, ma anche a Firenze ci sono architetti e artisti che potrebbero realizzare lavori capaci di inserirsi nel contesto urbano con forza, dignità e chiarezza. L’antico rivivrebbe nel contemporaneo. Qui non si fa niente o si scelgono piuttosto personaggi che spesso (non sempre, grazie al cielo) eccellono più per piaggeria o peggio per raccomandazioni.
Siamo in un momento particolarmente difficile: c’è chi ha dichiarato che "con la cultura non si mangia!" Sono sicura che se l’Italia riuscisse a valorizzare le proprie città tutte, grandi e piccole, e non le lasciasse distruggere per negligenza, per incuria e ignoranza, si potrebbe uscire anche abbastanza facilmente della crisi, si potrebbero pagare i nostri debiti, si produrrebbe indubbiamente lavoro... Si dovrebbe, per esempio, sollecitare un turismo qualificato e ben curato e non soltanto quello mordi e fuggi, abbandonato a se stesso, che inquina e logora le nostre città. L’Italia possiede tesori d’arte e di cultura che si stanno pian piano distruggendo: si pensi alla recente e certamente dolosa distruzione della Città della Scienza a Napoli, al logorio del Colosseo, alle perdite a Pompei; ai nostri magnifici palazzi sparsi per tutto il paese e abbandonati. E per tornare a Firenze, allo scempio perpetrato in Piazza Santa Maria Novella, una delle piazze più preziose e ricche di significato (Leon Battista Alberti, Gianbologna per la base dell’obelisco, Porcinai per il giardino); a quello della Fortezza da Basso, alle strade e ai viali rovinati dalla pesante e macchinosa introduzione di una tranvia che come ha sempre proposto Renzo Piano, avrebbe potuto essere sostituita da piccoli bus che unissero le periferie con il centro, senza stravolgere la città e certamente con molta meno spesa.
Completamente abbandonati e vuoti da anni, i grandi edifici già istituzionali, l’ex-Tribunale di Piazza S. Firenze, la ex-Pretura, la ex-Corte d’Appello (il Casino Mediceo), la ex-Scuola di Sanità Militare, le grandi caserme, dei Carabinieri, dei Cavalleggeri, quelle di Monte Olivete e di Costa de’ Magnoli, il complesso di S. Orsola, murato, la Manifattura Tabacchi, ecc. ...
E che dire di una città che chiude solo dopo 10 giorni la grande, coraggiosa (e bella) installazione di Paladino in Piazza S. Croce? Solo per il trasporto dei blocchi di marmo sono occorsi alla Henreau almeno quindici autotreni ... Si potrebbe continuare ancora e ancora ...
Per un vero progetto globale dovrebbero essere incaricati esperti, non scelti solo per il nome, ma per autentica capacità di capire il significato profondo di questa città, della sua storia, della sua energia e possibilità di rinnovamento ...

É stato anche negli anni 1960 che a Firenze, come del resto in tutto il mondo che si risollevava dai postumi della guerra, anche le arti visive videro una stagione ricca di stimoli, che riuscì ad esplodere, aprendo la città alla speranza.
Il rinnovamento della cultura artistica era in realtà iniziato col Manifesto dell’astrattismo classico del 1950 (Berti, Nativi, Monnini, Brunetti, Nuti), appoggiato dal coraggioso lavoro di Giusta Nicco Fasola e di Migliorini, promosso anche dalla galleria Numero di Fiamma Vigo, dalla Vigna Nuova, nel cui ambito era nata la rivista La Nuova Città di Michelucci e, nel campo architettonico, dalla mostra di Wright (1952), ordinata da Ragghianti, che porterà a Firenze Le Corbusier, Aalto, Tange ... .
Fu allora che si manifestarono le contraddizioni più violente tra le forze retrive e quelle rivolte al rinnovamento.
Frattanto l’Informale, come espressione della filosofia della crisi, trovava con Alberto Moretti uno degli artisti più interessanti anche per la sperimentazione continua dei modi di tutte le avanguardie, che trovava la sua più profonda forza espressiva nell’Informale, con una pittura esplosiva densa di drammatiche profondità coloristiche. Di Moretti alcuni tra i migliori film d’artista (Magica è la legge della giungla, 1973-74, Materia, 1973, Nunu, 1975). Mario Fallani, dopo un momento informale di grande vitalità, si trasferiva negli Stati Uniti dove elaborava un suo raffinato linguaggio naturalistico post-pop.
Per la scultura va ricordato il lavoro di grande vigore di Marcello Guasti.

L’altra linea allora seguita era quella del Neoconcretismo, dell’Arte programmata, cinetica, luminosa. Riccardo Guarneri, già dagli anni 1960, elaborava il suo lavoro su una raffinata meditazione sulla pittura che sarebbe esplosa, a livello internazionale, nella linea pittorica vicina al Concettuale, che si definì anche Pittura Pittura alla fine degli anni 1970. Anche Lanfranco Baldi passava da un informale fresco e raffinato alle linee di una progettazione strutturale nell’ambito del gruppo F1, ad uno straordinario cinema d’animazione, al suo ultimo, bellissimo periodo quando, alla fine degli anni ’80, elaborava i suoi Guardiani della notte in racu nero, con terminali d’oro poggianti su cuscini di seta, di una struggente, drammatica emotività. Paolo Masi lavorava e lavora sulla struttura del colore, cercando una interrelazione tra qualità e quantità.
Un altro artista di raffinata sensibilità è stato Luciano Bartolini, che operava sul filo di una leggerezza tutta orientale, passando dall’uso di kleenex, in stesure quasi trasparenti, alla carta da pacchi bianca disposta in successione con fotografie e segni da soffitto a pavimento come bandiera rituale, fino alle molte opere leggere, volatili, dai colori chiari e luminosi, all’uso della foglia d’oro come sontuoso simbolo di spiritualità.
Alla metà degli anni 1960 nascevano alcune gallerie d’avanguardia, Quadrante, di Matilde Giorgini, una galleria che nella sua conformazione organica, avvolgente (su progetto di Vittorio Giorgini) proponeva una nuova architettura sul filo dell’Informale e del lavoro di André Bloc; la galleria portò a Firenze per la prima volta esperienze artistiche tra le più vive in Italia e all’estero. Sorgeranno, subito dopo, gruppi e centri artistici autogestiti, come il citato F1 (Bassi, Lecci, Maurizio e Massimo Nannucci, Tolu, Zen), impostato su ricerche neoconcrete e coinvolto nelle esperienze di musica elettronica di Pietro Grossi, tra gli esponenti più autorevoli a livello internazionale. Nascerà inoltre il gruppo S 2F M, di cui era parte anche Albert Mayr (altro musicista elettronico che, con Grossi, porterà la musica elettronica al Conservatorio Cherubini); Grossi, dagli anni ’80, trasporrà nella grafica la sua ricerca sui mezzi elettronici con la sua Home Art. Auro Lecci che si è poi dedicato al design e all’editoria, presentava allora lavori che già preludevano al Concettuale. Maurizio Nannucci ha sempre portato avanti contemporaneamente un’azione promozionale e l’attività artistica verso l’analisi multipla dei media, con ricerche sulla scrittura, sul colore, sulla tautologia arrivando a realizzare grandi lavori nei quali fa uso del neon per dichiarazioni poetiche e filosofiche. Già tra i promotori di Zona nel 1998 con altri artisti ha aperto un altro centro autogestito Base. Progetti per l’arte. Tra gli altri centri autogestiti degli anni 1960 il Centro proposte, che produsse, tra l’altro, la Prima Triennale di Architettura italiana contemporanea (1967), Ipotesi linguistiche intersoggettive (1966-67), sul filo della ricerca neoconcreta dell’arte programmata e cinetica, della musica elettronica; mostre che girarono tutta Italia.
Un’altra linea di ricerca veniva portata avanti dal Gruppo 70 (Bueno, Miccini, Pignotti, Moretti, Ori, Marcucci), riferito al New Dada e alla Pop Art. Nasceva, in quell’ambito, il gruppo fiorentino di Poesia visiva, come ironica e ideologica contestazione delle immagini della cultura di massa. Da questa linea si enucleava la ricerca di Ketty La Rocca che, subito dopo, dall’antropologia culturale passava all’analisi del significato primordiale del gesto e del linguaggio del corpo, anticipando le linee della Body Art. Arrivava ad una intensità, nella sua necessità d’espressione, in un’avidità di appropriazione del mondo che la portava a contornare con la sua scrittura le immagini (manifesti, locandine cinematografiche, radiografie della propria testa ...), fino a cancellarne la densità, in un gioco drammatico dal sapore di morte.
Negli anni 1960 lavorava già anche Giuseppe Chiari, unico italiano, se si toglie l’adesione non continua di Simonetti e del musicista Bussotti, del gruppo internazionale e interdisciplinare Fluxus e che, partito dalla ricerca musicale, suonando strumenti impropri (fino a Suonare la città, 1965), applicando lo studio matematico, ha sempre operato per sconfinamenti con riferimenti al lavoro di John Cage, provocando esperienze d’improvvisazione collettiva e anche azioni provocatorie tese a distruggere il conformismo sonoro, rappresentato simbolicamente, dal pianoforte.
Con gli anni 1970 le situazioni si consolidavano, anche per il nascere di gallerie di rilievo internazionale, prima fra tutte Schema di Moretti, Cesaroni, Dominguez, che presentava operatori di tutto il mondo (da Kaprow a Oppenheim, Art and Language, Rockburne, Bochner, Luthy, Graham, Acconci ...), portando a Firenze il più alto livello della cultura artistica contemporanea. E c’erano anche altre gallerie, Spagnoli, Piramide, Vera Biondi, Area, Studio F. Pisani, Art Tape, che realizzava la prima edizione  di video d’artista, ceduta poi all’Archivio Storico della Biennale di Venezia.
In questo periodo iniziava anche il lavoro rivolto ad una figurazione quasi stravolta di Roberto Barni e Andrea Granchi. Isolato, in un suo mondo minimale, di sottile sensibilità, il lavoro di Mario Poggiali che è stato anche direttore dell’Accademia Cappiello, dedicata al design, e quello abbastanza isolato seppur nell’ambito della galleria Schema di Andrea Lemmi.
Da segnalare l’importanza del rapporto creato da Villa Romana, tra giovani artisti e architetti tedeschi e la cultura artistica cittadina.
Una vivissima attività nel campo dell’edizione e distribuzione di pubblicazioni sull’arte internazionale e d’avanguardia portava avanti il Centro D.
Non possiamo non citare il lavoro ceramico di grande forza espressiva e innovativa di Guido Gambone e Federigo Fabbrini conosciuto a livello internazionale, quello fotografico svolto soprattutto sulla condizione della donna di Verita Monselles e quello più legato allo specifico di Maurizio Berlincioni ... E che dire degli straordinari gioielli di Flora Savioli Wiechmann, filtrati attraverso una profonda conoscenza delle più vive esperienze dell’arte contemporanea, ora nelle collezioni di Peggy Guggenheim, Gloria Swanson, e della Galleria del Costume di Firenze?
Nell’ultimo trentennio del ‘900, dopo la fine delle ideologie, gli artisti fiorentini hanno abbandonato completamente la speranza che la città investa nelle proprie capacità creative e si sono sempre più chiusi in un loro mondo privato, diventando più consapevoli delle proprie forze. Tra quelli che sono rimasti nella città, pur lavorando continuamente anche fuori d’Italia si possono citare Fabrizio Corneli, con la sua raffinatissima ricerca sulla riflessione sulla luce e sulle ombre portate, Renato Ranaldi che sembra mirare alla creazione di un universo personale, ironico e insieme vagamente crudele, arricchito da una vena letteraria acutissima, nella fantasia di un mondo dalla prospettiva distorta, caustica. E ancora la vitalissima creatività di Mario Mariotti, il solo che sia riuscito a coinvolgere le Istituzioni in operazioni di piazza con artisti e artigiani, in una sorta di gioco creativo, spregiudicato, diretto proprio ad evidenziare la quasi inesistenza delle Istituzioni stesse nei confronti delle arti. Si aggiunga il lavoro di Sandro Poli, membro fino al 1972 del gruppo Superstudio che, accanto ad una raffinata architettura di interni, porta avanti una ricerca artistica, di sottile e intensa sensibilità e realizza gioielli di chiara connotazione concettuale. Da ricordare anche i nomi di Antonio Catelani e di Daniela De Lorenzo. Di seguito Stefano Turrini, Claudia Hendel, Antonio Marinai, Andrea Marini, Elena Salvini Pierallini (Libri in piedi, la fotografia ad esprimere il rapporto continuo con la luce che trasforma gli oggetti quotidiani). Non sono mancati artisti che lavorano sul multimediale, nella fotografia digitale, tra cui straordinaria quella di Giacomo Costa, rivolta, spesso, alla prevedibile, abnorme, mostruosa trasformazione delle nostre metropoli e ad un possibile ingigantimento di una vegetazione che intenda tornare a prevalere sull’innaturale.
A mio avviso la ricerca di Fabio Cresci ha sempre teso, in tutti i suoi diversi aspetti, alla conquista del significato più profondo della vita e dell’arte. É questo il senso dalla sua prima installazione della grande foglia di fico sulla parete, della scoperta dell’uso della cellulosa come materiale che quasi nasconde la luce facendola solo trapelare; di tutti i suoi lavori che si installano in situ e quindi della sua attenzione al luogo (il giardino di Casa Conti ...). E ancora si veda la scoperta della carta realizzata a mano (un precedente in Ranaldi), la ricerca di una fisicità accuratamente studiata (Il formaggio e i vermi a Cortona); la ricerca faticosa della luce che scaturisce dal buio, simbolo, anche, del raggiungimento di uno spiritualismo libero che si riferisce, allo stesso tempo, al Regno dei Cieli e al Regno dell’Arte. Da notare anche la sua generosità verso i giovani che invita a collaborare con lui (Casa del Pontormo). Felice la sua creazione del Seme d’oro esposto da solo nella sala come Minimale fonte di vita.
Stefano Tondo continua ad indagare nel mistero dell’io profondo, sul doppio e sull’ambiguità della visione che il suono, il rumore esaltano e portano al loro akme: la proiezione gigante su una parete di un volto di giovane donna ad occhi chiusi, in ascolto quasi ipnotico di tante voci indistinte; uno specchio che rimanda l’immagine dello spettatore sopra a un’altra che traspare dal fondo; grandi forme riflettenti sulla parete che emettono un rumore sordo all’avvicinarsi.
Da notare l’esperienza di proposte espositive, interdisciplinari di Fabbrica Europa e l’opera di diffusione dell’arte contemporanea internazionale della Galleria Continua.

Oggi gli artisti più giovani a Firenze, nel vuoto quasi assoluto delle Istituzioni, che è anche diventato una sorta di alibi molto pericoloso, acuito dal periodo di crisi profonda, economica, ètica, culturale che pesantemente investe tutto l’Occidente, hanno capito che non possono contare che su se stessi. Firenze diventa un luogo temporaneo di sosta, che offre loro solo la possibilità di approfondire la propria ricerca autonoma. C’è peraltro  un maggior rapporto di comunicazione tra loro e una più diretta facilità di collaborazione su temi e progetti comuni. Molti però se ne vanno: Berlino è un po’ il punto di riferimento: una città che ha saputo ricreare la propria identità, che è diventata forse la più bella capitale europea, dove spira un’aria diversa per gli artisti e per chi intende andare avanti. É il caso di Loris Cecchini, che ha optato proprio per Berlino dove la sua ricerca, basata sul rapporto natura/artificio, arricchita di volta in volta di significati filosofici, ecologici, può essere più valorizzata. Le sue istallazioni si confrontano spesso con l’architettura e con la storia, come Aerial Boundaries (1912), composta di grappoli di moduli specchianti, allusivi ai Solidi Platonici (in realtà irregolari e ripiegati su se stessi), sospesi nel cortile di Palazzo Strozzi, dove la loro luce gioca con lo spazio rinascimentale. Qui Cecchini arriva a portare la sua concettualità a livello poetico.
Citerò ancora alcuni dei giovani artisti che lavorano a Firenze per poi portare altrove gli esiti della loro ricerca. C’è voglia di confondere le carte, di uscire continuamente dallo specifico utilizzando tecniche, materiali, modalità diverse. Passano ad esempio dal disegno alla scultura, dalla performance all’istallazione, all’uso anche di materiali organici, alla fotografia.
Robert Pettena si serve di linguaggi che vanno dalla fotografia al video, alla performance, in termini ora ludici, ora eversivi, mettendo in relazione il corpo umano con l’ambiente, l’individuo con la società, con interventi che creano frizioni e forti sensi di inquietudine e sconcerto.
Per Eva Sauer la fotografia è il mezzo più diretto per mettere a fuoco con impietosa, talvolta pungente intensità, spesso con un’ironia amara e struggente, situazioni inconsuete, inquietanti (anfratti di costruzioni industriali mai portati a termine in Italia, edifici difesi da filo spinato che parlano di lotta e di ribellione in Irlanda, interni vuoti carichi di memorie ...). Con un’intensità, una lucidità estremamente espressive.
L’attenzione di Filippo Manzini si è rivolta, fin dai suoi inizi, all’analisi dei materiali, dalla carta, al legno, alla ceramica, nel loro rapporto con la luce, lo spazio, l’ambiente che incontra; inizialmente dalle sue carte bianche, corrose fino a portarle, con la luce radente, a mostrare morbidi avvallamenti tridimensionali e ombre trasparenti, cariche di allusività. Ha trattato spesso insieme legno e ceramica (realizzata manualmente, quasi a scaglie sottili come porcellane cinesi) a comporre, col legno, leggere sculture che dialogano liberamente con lo spazio, in un rapporto agile e diretto. Propone inoltre, talvolta, strutture più pesanti che determinano spazi alternativi, alcune in legno leggero più direttamente impostate in rapporti architettonici. Il profilo del suo lavoro è, comunque, quello di una sperimentazione continua, a raggio ampio, disponibile per altre aperture ...
Cristiana Palandri è passata dal disegno alla scultura, alle trasformazioni del corpo umano in un ibrido tra uomo, animale e materia (una Metamorfosi alla Kafka?). Usa ossa, capelli, cera in performance di forte intensità. Talvolta racchiude in vasi e sfere di vetro materiali fluidi, solidi e liquidi, di cui segue la trasformazione.
Altri artisti si dedicano a tecniche di comunicazione multimediali come Letizia Renzini che si muove allo stesso tempo come cantante, performer, dee-jay, in una sua ricerca complessa che fa uso di diversi linguaggi, anche di quello teatrale.
Olga Pavlenko, che lavora tra Firenze e Kiev, usa anch’essa tecniche e modalità diverse (video, istallazioni sonore, performance) esprimendo il suo straordinario e sensibilissimo rapporto con la natura e col tempo (invisibile e non rappresentabile nel suo scorrere). Tra le sue azioni, esaltante quella durante la quale, con due secchi pieni d’acqua in equilibrio sulle spalle, avanza lentamente nel mare, fino ad immergere i due secchi a pelo d’acqua, in un equilibrio perfetto che sembra voler creare un’unione fisica e spirituale tra cielo, mare, terra; un universo purificato da un gesto umano. E ancora il suo video Viaggio intorno alla terra nel quale un treno nel suo percorso scopre accensioni improvvise di raggi di sole tra gli alberi, alternati a successioni di terreni piatti e continui. Considera la decorazione un’espressione che spesso unisce culture diverse, presentandosi quasi simile ovunque.
Massimo Barzagli iniziava rovesciando i termini della pratica pittorica usando, come supporto diretto, i modelli (uomini, animali...) rilevando le impronte. Realizza lavori con la fotografia (photograms), ricreando una sorta di rayograph (aggiornando la sperimentazione di Shad e di Moholy-Nagy) illuminando cioè l’oggetto da riprendere direttamente di fronte alla carta sensibile che ne riporta l’immagine. Crea così una sorta di realtà conflittuale, quasi magica e astratta; riferita anche ad istallazioni riguardanti la violenza bellica, che invade oggi tanti paesi. Ha scritto: "24 ore su 24 la realtà militarizza l’artista."
Lia Pantani e Giovanni Surace, in collaborazione, usano modalità e tecniche diverse mirando a modificare la percezione visiva a mezzo di specchi in forme convesse e con bolle che le rendono le forme liquide e in movimento, una sorta di realtà in continua trasformazione.
Yuki Ichihashi giovane di origine giapponese, lavora sul filo di una leggerezza, di una sensibilità tutta legata alla sua tradizione; si muove all’interno del suo profondo sentimento per la vita della natura. Cito solo il suo lavoro presentato alla manifestazione Madeinfilandia (2012), quando ha fatto volare una struttura leggera composta di 250 palloncini specchianti, galleggianti nel cielo, affidati al vento e seguiti in video. "In italiano" scrive "si dice paesaggio, in inglese landscape e in giapponese si dice fũkei (vento) o keshiri (il confine tra l’ombra e la luce oppure la forma che nasce dal contrasto tra luci ed ombre ...) e anche colore".
Leonora Bisagno tende a creare un rapporto sensibile e diretto con la natura e la terra nel loro variare veloce o lento. Tra i suoi molti interventi in Italia e all’estero la sua installazione del 2008 al MAGRA sul tema Limen al quale partecipò col progetto Letargo, che individua nella terra il luogo specifico: riempiva il suo spazio di terra fino all’altezza della parete dove era dipinto un cielo stellato "Fondamentalmente" scrive "ho cercato di intuire la chimica del luogo; poi la composizione degli elementi mi ha avvicinato all'idea di letargo. Esso va inteso in un senso più ampio, come lo scorrere immobile del tempo". E "Attraverso il silenzio, la solitudine, il rallentamento e il raccoglimento, viene alla luce un senso mistico legato alla sacralità del luogo, la sua religiosità, intesa nel suo ètimo di aver cura, aver riguardo per ...". Ama seguire, col video, lavori cinematografici nel loro farsi; il senso di questo è, come scrive "Agire e scoprire nello stesso tempo".
Alcuni artisti lavorano sul filo di un concettualismo astraente, che tende a fare dell’opera una sorta di transfert allo stesso tempo opaco e trasparente nei confronti dell’idea informativa, che quasi sembra eludere l’opera stessa. Si pensi a Raffaele di Vaia e a Franco Menicagli.

Questo non è certo un panorama completo; si propone come esempio di una situazione nuova che non chiude le porte alla speranza. L’arte nella sua forza generatrice appare mettercela tutta per superare, almeno psicologicamente e spiritualmente, questo momento difficile per tutti, in questa nostra Europa.

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