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Interviste

2015

Salvatore Settis

Difesa del suolo e bene comune

L’Italia può andar fiera di una cultura della tutela del paesaggio e dell’ambiente che è la più antica del mondo, e che per prima ha saputo tradursi in uno dei principi fondamentali dello Stato. Culmine, cuore e sintesi di questa storia è infatti l’art. 9 della nostra Costituzione: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Fra le caratteristiche essenziali di questa felice formulazione, vorrei ricordarne solo una: l’intima unione di paesaggio e di patrimonio storico e artistico, un tratto ricorrente della cultura civile e giuridica del nostro Paese, almeno a partire dall’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia del 21 agosto 1745, che simultaneamente impose la conservazione delle antichità di Taormina e dei boschi alle pendici dell’Etna.
Alla legge nazionale di tutela del patrimonio (1909), il ministro Benedetto Croce aggiunse nel 1921 la prima legge di tutela del paesaggio. Queste due leggi vennero poi riscritte sotto fascismo ad opera del ministro Giuseppe Bottai e approvate “in dittico” nel giugno 1939, in piena continuità con le norme dell’Italia liberale, e con la collaborazione di grandi intellettuali, da Giulio Carlo Argan a Santi Romano. Di specificamente fascista, le leggi Bottai non avevano nulla: tanto è vero che, come ha scritto Sabino Cassese, l’art. 9 della Costituzione di una Repubblica nata dalla Resistenza può essere caratterizzato come «la costituzionalizzazione delle leggi Bottai».
Anche le leggi oggi in vigore sono su questa linea di continuità: lo è soprattutto il Codice dei Beni Culturali e del paesaggio, approvato nel 2004 (ministro Urbani), e novellato nel 2006 (ministro Buttiglione) e nel 2008 (ministro Rutelli), dunque marcatamente bipartisan. Possiamo dunque dire che la tradizione giuridica della tutela rappresenta una linea di continuità che parte dall’Italia liberale, attraversa il fascismo, si afferma nella Costituzione e prosegue fino a varcare le divisioni politiche dell’Italia di oggi.
Questa continuità trova la sua spiegazione storica in una lunga tradizione, che risale già agli antichi Comuni e poi agli Stati preunitari, fra i quali e vi fu non solo emulazione, ma una profonda sintonia, un comune retaggio di valori civili e giuridici, un legame forte e duraturo non meno della lingua, della letteratura, dell’arte. Monumenti e paesaggio divennero figura della cittadinanza e principio di identificazione emotiva, che coincideva con l'idea stessa di far parte di una comunità ben governata. Lo vediamo nel Buon Governo di Lorenzetti al Palazzo Pubblico di Siena, lo leggiamo nel Costituto del Comune di Siena (1309), secondo il quale «chi governa la città deve in primo luogo assicurare la sua bellezza e il suo ornamento, essenziali per il diletto e l’allegrezza dei forestieri, ma anche per l’onore e la prosperità dei Senesi».
Principio ispiratore di questa norma, e di molte altre simili, fu il primato del pubblico bene sopra il profitto privato, fu la nozione di “bene comune” o publica utilitas, che con ragione si faceva risalire al diritto romano. Per citare anche qui un solo esempio, nella costituzione apostolica Quae publice utilia et decora , Gregorio XIII (1574) proclama l’assoluta priorità del bene e del decoro pubblico sulle cupiditates e sui commoda [interessi, profitti] dei privati, e sottopone a rigoroso controllo l’attività edilizia di tutti i privati.
Di identico segno è ovviamente l’art. 9 Cost., dove manca la nozione di “ambiente”, che negli anni della Costituente non era stata ancora messa a punto. Eppure la Corte Costituzionale, con un imponente lavoro, ha potuto affermare che la tutela dell’ambiente è un valore costituzionale primario (e come tale sovraordinato a ogni interesse privato) per la combinazione moltiplicativa dell’art. 9 e dell’art. 32, che riguarda la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Esempio efficacissimo di quanto lungimirante sia stata e sia la nostra Costituzione.
Nella concezione italiana della tutela incarnata dalla Costituzione, la difesa del patrimonio storico e artistico, del paesaggio e dell’ambiente fanno tutt’uno. Perciò è tanto più doloroso dover constatare che questo alto e nobile principio viene violato ogni giorno; perciò dobbiamo sentirci obbligati a richiamarne più spesso le radici storiche, il significato etico, la necessità nel progettare il futuro del Paese. Oggi più che mai occorre richiamare gli Italiani al rispetto della propria tradizione e della propria patria: a manifesto di una nuova politica si potrebbe anzi invocare la frase di un Luigi Einaudi, che nel 1951, da Presidente della Repubblica, così scrisse: «La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani».
L’uso, accorto e concreto, della parola suolo evita le dicotomie e le ambiguità di altri termini come “territorio” o “paesaggio”, e ci indica la strada da percorrere: tornare alla piena concretezza di un paesaggio non “estetico” (“da guardare”), ma etico (“da vivere”: «il suolo in cui vivono gli italiani», appunto), e riconoscervi, in una piena fusione con la nozione di “ambiente”, la fonte primaria della nostra salute, del corpo e della mente. Per converso, come nell’inquinamento ambientale riconosciamo la fonte di malattie del corpo, nelle devastazioni del paesaggio dobbiamo saper riconoscere la radice di disagi e malesseri della mente. Perciò difendere il suolo d’Italia dev’essere un impegno collettivo per la legittima difesa del pubblico interesse, cioè dei cittadini.
Sempre più chiaro è, in Italia come in tutto il mondo, che nulla difende il paesaggio e l’ambiente quanto una agricoltura di qualità. Una porzione vastissima del territorio nazionale è paesaggio agrario, segnato da una millenaria civiltà contadina, che si intreccia in modo inestricabile con la cultura delle élites: il paesaggio plasmato dalla mano e dalla vanga è lo stesso che è stato cantato dai poeti, rappresentato dai pittori, esaltato dai visitatori del Grand Tour. L’intima fusione di paesaggio e patrimonio storico-artistico ha proprio nell’uso agrario dei suoli il suo specifico punto di sutura, in un equilibrio armonico che fece dell’Italia il giardino d’Europa e che le speculazioni edilizie e le cementificazioni selvagge degli ultimi decenni hanno offeso e devastato. Raramente si riflette che gli sviluppi urbani “a macchia”, quel che si suole oggi chiamare urban sprawl, si fanno quasi sempre a spese di suoli agricoli di eccezionale fertilità: tale è il caso della Campania un tempo felix, cioè feconda; tale è il caso della pianura lombardo-veneta invasa dai capannoni.
Il nesso paesaggio-ambiente, costituzionalmente garantito, esalta e rispecchia il nesso fra salute e bellezza. Un suolo adeguatamente tutelato, anche nei valori di civiltà propri della tradizione agricola del nostro Paese, vuol dire anche produzione di cibo sano e sufficiente a nutrirci, ma anche all’altezza della nostra cucina. Deve voler dire anche una politica di efficace intervento, curativo e preventivo, contro il dissesto idrogeologico, contro l’estesa franosità del territorio, contro la fragilità delle nostre coste e delle isole, contro il diffuso rischio sismico. La priorità data alla conservazione e promozione dei paesaggi agrari può avere, in un contesto come questo, un altissimo valore : può incarnare infatti non solo il rispetto per i nostri padri, per le leggi e per la Costituzione; ma anche un principio etico sempre più urgente, il rispetto per i diritti delle generazioni future, alle quali non possiamo lasciare un paesaggio devastato.
Nessuno quanto Andrea Zanzotto ha colto il nesso fra distruzione del paesaggio e violenza alla memoria. Egli ha scritto in proposito parole efficaci e taglienti: «un bel paesaggio una volta distrutto non torna più, e se durante la guerra c’erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi: fatti che, apparentemente distanti fra loro, dipendono tuttavia dalla stessa mentalità». La violenza sulle nostre campagne, suggerisce Zanzotto, è il rovescio e l’identico della guerra, della violenza dell’uomo sull’uomo: come la guerra, esprime energia e vitalità, ma lo fa a spese degli altri, e in particolare delle generazioni future. In nome di una crescita edilizia senza fine, si annullano gli effetti di uno sviluppo secolare, provocando nuove distruzioni in un crescente delirio di onnipotenza che schiaccia e divora ciò che dovrebbe essere perpetuo. Questo degrado della civiltà si autogiustifica in nome della vita, ma si compie invece sotto il segno della morte. Da Zanzotto dovremmo imparare a reagire, come lui, con l’indignazione dei giusti.
Per un nuovo progetto di tutela dei suoli italiani e dei paesaggi agrari, la nostra Costituzione offre il più alto quadro di riferimento. Paesaggio, ambiente, agricoltura, arte formano un’unità inscindibile, da cui ripartire non per negarne i valori estetici, ma per collocarli nel quadro di una vitale concezione etica del «valore costituzionale primario e assoluto» della tutela che, secondo la Corte Costituzionale, implica il forte legame fra tutela del paesaggio e tutela della salute, fisica e mentale, dei cittadini. E’ davvero il momento di creare anticorpi, come il riciclo delle architetture in disuso, nuove strategie di recupero e gestione virtuosa dei suoli, un forte rilancio dell’agricoltura di qualità, anche in nome del buon cibo e del nostro benessere. Temi, tutti, che possono e devono creare occupazione, riannodando le fila della nostra tradizione civile: in nome della salute, della qualità del vivere, della felicità dei singoli e delle comunità, dell’equilibrio economico e della produttività del Paese. In nome, insomma, del bene comune nostro e delle generazioni future.

Salvatore Settis ha diretto a Los Angeles il Getty Research Institute (1994-99) e a Pisa la Scuola Normale Superiore (1999-2010) dove ha anche insegnato Archeologia Classica e Storia dell'Arte. È stato Visiting Professor in varie università degli Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito e altri paesi europei; è stato Warburg Professor presso l'Università di Amburgo, ha tenuto le Isaiah Berlin Lectures all’Ashmolean Museum di Oxford e le Mellon Lectures alla National Gallery di Washington DC, e ha avuto la Cátedra del Museo del Prado a Madrid. E’ membro dell’American Academy of Arts and Sciences, dell’Accademia dei Lincei di Roma, dell'Institut de France, dell’American Philosophical Association di Philadelphia, dell’Istituto Veneto, dell’Accademia delle Scienze di Berlino, Monaco di Baviera, Bruxelles e Torino. E’ presidente del Consiglio Scientifico del Louvre di Parigi.

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